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Startup: il business si tinge di rosa

Come Founder di una start up incubata al Politecnico di Torino, spesso vengo convocata per interviste ed interventi. Il motivo è semplice. Non sono più intelligente o capace di molti miei colleghi, sono una donna.

I dati torinesi rilevano che sulle 184 nuove imprese incubate, solo 23 sono al femminile. Presa dalla curiosità, sono andata a guardare in rete un po’ di dati e non sono rimasta sorpresa. Una recente ricerca condotta da Mind the Bridge, fondazione specializzata in start up, conferma che in Italia il popolo degli startupper è prevalentemente maschile: “solo l’11% dei founder è donna”, spiega Michele Costabile, professore di economia e gestione delle Imprese alla LUISS. “Un dato allineato con ciò che accade nella Silicon Valley, migliore della situazione a Londra (9% donne) e Sidney (3%).” Per quanto riguarda però le Start Up formate da under 35, ben il 30% di chi le ha fondate è donna. L’Italia, però, su questo versante non è rimasta ferma. In alcune regioni, specialmente centro e sud, sono già state attivate forme di finanziamento con coperture sino al 70% per nuove imprese al femminile. Se si considera che la maggior parte delle start up ha a che fare con l’innovazione (non necessariamente tecnologica) e che innovazione significa digitale, non posso che essere d’accordo che il tema start up debba essere portato a conoscenza dell’universo femminile con tutte le sue straordinarie potenzialità di sviluppo.

I dati parlano chiaro: sotto i trent’anni, le donne osano e, sovente, riescono. Sopra i trenta, forse a causa di una certa diffidenza nei confronti del digitale e dell’innovazione in genere, le donne non sperimentano. Ed è un vero peccato.

Mettere su una start up è divertente, può essere un’attività costruita come integrazione di ciò che già si sta facendo. Il famoso sogno nel cassetto. A Roma, ad esempio, sono decollate “Le cicogne”. Si tratta di un meraviglioso business sociale, nato da un’idea di Monica Archibugi, studentessa 25enne laureata in Economia Sanitaria che, insieme ad altre due giovani socie, Giulia e Valentina, ha portato avanti il progetto realizzando un sito e una app per offrire in maniera strutturata servizi di babysitting, di baby e teen taxi e di tutoring. Grazie a loro, le mamme hanno trovato un sostegno e decine di ragazzi e ragazze hanno trovato un’occupazione. Tutto questo, partendo da un’idea piuttosto banale ma, come ben si vede, assolutamente fattibile e utile. Come loro, ci sono decine di casi di successo.

 

 

Meno male che hanno tolto la web tax: il mondo Start Up ringrazia

La web tax è, citando Riccardo Donadon, presidente di Italia Start Up, “un autogoal per il Paese e un danno per le Start Up”. Per fortuna Renzi l’ha cancellata. Perché? Il motivo è semplice. Applicando la web tax, l’Italia si sarebbe auto-tagliata fuori  dal resto del mondo digitale. Muoverci da soli, come unico Stato a portare avanti un discorso anticipato rispetto alle decisioni europee, avrebbe generato la fuga di quelle aziende che oggi, proprio in Italia, sostengono le Start Up. Si sarebbero allontanati investimenti internazionali importantissimi.

Rimane il problema dell’elusione fiscale che queste multinazionali digitali mettono in atto ma, di nuovo, questo è un aspetto che va affrontato a livello di Unione Europea e non di singolo stato. Oggi il problema si chiama Google, domani chissà. Quello che serve veramente e, ipotizzo, potrebbe essere una richiesta sensata, è invece un ritorno di investimenti sui territori su cui non si sono pagate le imposte. Penso ai corsi di formazione, all’irrobustimento del sistema degli incubatori che andrebbero valorizzati maggiormente, dato che in molti casi sono più affitta-scrivania che centri di crescita e sviluppo dell’innovazione. Penso a dove mi trovo io, una struttura magnifica, grandi seminari di formazione ma il percorso non è tracciato.

Questa mancanza di mentoring e tutoring può spiegare l’elevato tasso di moria delle giovani Start Up. Chi non ha mai messo su un’impresa, vuoi per inesperienza, vuoi per mancanza di denaro, in moltissimi casi non ce la fa. Eppure le idee sono tantissime e in molti casi eccellenti; ma sentirsi dire che non sei un vero imprenditore perché vuoi guadagnare può risultare frustrante. Magari a 25 anni è eccitante. A 50, oserei dire, è quasi offensivo.

Le startup non sono più una nicchia e nemmeno una moda. Ora è tempo di fare squadra

Giovedì 13 marzo a Milano si riuniranno gli Stati generali. Presenti Federico Firpo per Confindustria e la neo ministra Guidi per il Mise. La convocazione parte da Italia Startup che si prende il merito di aver organizzato un evento che, in previsione del GEC 2015 (Global Entrepreneurship Congress ) di Milano, vuole fare il punto della situazione. Un modo per capire quanta strada è stata fatta in Italia per l’innovazione, che cosa si prospetta nell’immediato futuro per un settore che, a pieno titolo, è diventato un elemento decisivo dell’industria italiana. Con tutti gli aspetti di criticità della situazione. Primo fra tutti la frammentarietà. Ovunque, dovunque si creano nuove Start Up. I poli per l’innovazione si moltiplicano e così gli incubatori, ma tutto in modo scoordinato, sparpagliato. Eppure i casi di successo ci sono, ma vanno evidenziati, sostenuti, incentivati e valorizzati in tutti i modi possibili. Già. Ma come? Facendo squadra. Mettendo al bando l’individualismo che non produce altro che fratture e affoga i risultati.

Ma da dove parte l’innovazione? Esiste un polo centrale? Torino. Milano, Roma.  Collocate su un asse ideale si può dire che l’innovazione corre già da Nord sino a  Sud passando per Treviso, Bologna. Ma avere poli per l’innovazione serve a poco se non sono collegati tra di loro e se ognuno si fa la guerra. In ogni caso, speriamo che l’evento di giovedì segni un cambiamento in questa direzione. Quello che ancora è davvero carente, e forse è qui l’anello debole del sistema, è l’impegno. Da parte un po’ di tutti: istituzioni, università,  incubatori, banche, investitori, angels e imprese. Perché oggi nessuno rischia. Se la Start Up dimostra di essere un successo allora la si appoggia. Nell’incertezza, quando i tempi magari sono lunghi o la tecnologia non è subito applicabile o è costosa,  la si lascia morire.  Una novità in arrivo però c’è. È il visto Start Up. Mi sembra di aver capito che si tratta di  una piccola piattaforma informatica destinata a far sì che i cittadini provenienti da tutte le parti del mondo possano decidere di venire qui in Italia a creare imprese innovative. Una bella idea, non c’è che dire. Quando sarà attiva, non si sa. In ogni caso è un altro piccolo passo avanti.

I Love Start Up. Ma l’Italia non è – ancora – la California.

Start Up? Yes, We Can.

Start Up è un termine che fa notizia. In Italia, sempre più persone ne capiscono il significato. Un numero sempre più crescente di giovani e meno giovani ha fatto propria questa dimensione e la nutre con le proprie idee, competenze, aspettative, successi e fallimenti. A che punto siamo in Italia? Avanti anni luce, se si considera la qualità dei progetti incubati presso i principali incubatori del paese; indietro, se si fa un paragone con il fantastico mondo della Silicon Valley in California dove, chiunque abbia un’idea valida può realizzarla e trovare subito un investitore. E dove, stando ai dati pubblicati da Federico Rampini, se hai fatto flop la prima volta, hai molte più possibilità di incontrare chi crede in te e nella tua impresa rispetto a chi non ha mai fallito. Perché chi decide di investire vuole un team composto da professionisti esperti e interiormente solidi. Rischio sì, quindi, ma con una visione decisamente più aperta rispetto alla nostra. In Italia invece, se una persona, un imprenditore ha inanellato una serie di fallimenti, dalla maggior parte degli interlocutori questo viene vissuto come un rischio. Chi se la sente di investire senza garanzie in tempi come questi? Privi della prospettiva immediata di un ritorno economico, gli investitori e le banche preferiscono restare alla finestra e attendere di fare il colpo, costringendo centinaia di buone idee con altrettanto buon potenziale a rimanere tali.

Che fare allora? In realtà, niente di nuovo sotto il sole. Per portare avanti la propria idea imprenditoriale bisogna crederci fortemente. Non so più chi mi ha raccontato che il bisnonno Ferrero consegnava personalmente la sua ricetta speciale, la Nutella, andando di negozio in negozio con un carretto. Il segreto del suo successo? La possibilità di restituzione dell’invenduto. Come primo passo, essendo io stessa startappata, credo sia importante iniziare a fare un po’ di chiarezza con se stessi e con quello che si vuole ottenere e costruire. In linea teorica, le nuove imprese sono sempre esistite, nascono ovunque e ogni giorno; ma non sono tutte Start Up, anzi. Aprire una pizzeria non vuol dire fare una Start Up, a meno che la pizzeria in questione non presenti un quid di innovazione tale da farla diventare – azzardo – una catena globale di pizzerie dotate di un forno ad alta tecnologia che consente al pizzaiolo di sfornare pizze croccanti dimezzando il tempo di cottura.

Change

Una Start Up non è una partita Iva. Non è una Srl con l’amico del cuore per fare dei lavoretti. Una Start Up è tale perché chi la costituisce desidera portare al mondo qualcosa di diverso, di nuovo e, possibilmente, che migliori la vita delle persone e che, se va bene, possa trasformarsi in un lavoro. Ma, come ho già detto, non siamo in California. Da tempo in Italia, la classe politica annuncia grandiosi investimenti per l’innovazione ma, quando deve scendere dalle parole ai fatti, la realtà è deludente. Agli stanziamenti alle piccole imprese ad alto contenuto tecnologico (che spesso arrivano dopo anni) seguono sempre tagli e limature ai fondi già scarsi e inadeguati, da destinare allo sviluppo della banda larga. Considerando il digital divide che in Europa ci fa fare la figura dei selvaggi, direi che il quadro non è dei migliori.

Eppure, qualcuno ce la fa. Chi con grande successo e chi con una dimensione meno ampia ma non per questo fallimentare. Ho deciso allora di scovare in rete e raccontare la storia di alcune Start Up italiane che ce l’hanno fatta. Dal grande exploit al minimo, ma tutte in grado di generare posti di lavoro e fatturato.

YOOX – Fondata nel 2000 a Bologna da Federico Marchetti, la piattaforma di e-commerce YOOX è partner di molti dei principali brand della moda e del design. Alla fine del 2009 è stata quotata alla Borsa di Milano, generando 95 milioni di euro con una valutazione di 217 milioni di euro. Distribuisce in più di 100 Paesi nel mondo.

NEPTUNY – Fondata nel 2000 da Fabio Violante e Paolo Bozzola, è la prima vera Start Up dell’acceleratore di Imprese del Politecnico di Milano. Ha sviluppato prodotti per l’ottimizzazione delle risorse hardware e software all’interno dei grandi data center. Nel 2010, la parte dedicata ai software per il business è stata acquisita dal colosso BMC Software quotato al Nasdaq per una cifra non dichiarata. Da lì è diventata Moviri.

GNAMMO – Fondata nel 2012 da Gianluca Ranno, è un sito in cui condividere con nuovi amici la propria abilità ai fornelli o la passione per il cibo. Offre a tutti, semplici appassionati o professionisti, la possibilità di organizzare pranzi, cene ed eventi in casa propria. Una sorta di Facebook del buongustaio che, dopo pochi mesi, ha ricevuto da Libero un finanziamento ed è appetita da aziende del settore per il lancio di prodotti e l’organizzazione di eventi a tema.

VENERE –  È un sito per la prenotazione di alberghi e bed&breakfast. Fondata nel 1995 da quattro studenti universitari, – Matteo Fago, Marco Bellacci, Renata Sarno e Gianandrea Strekelij, – nel 2003 raggiunge il milione di prenotazioni, nel 2006 vende la quota di maggioranza al fondo di private equity Advent International. Nel 2008 Expedia, il leader mondiale dell’e-commerce turistico, acquisisce la totalità della società. La cifra, si dice, si aggira intorno ai 200 milioni di euro.

Sono solo quattro esempi. Alcuni di loro, come Yoox, sono partiti con un finanziamento regionale. Altri, come Gnammo, sono stati incubati al Politecnico di Torino e hanno seguito il percorso canonico previsto, sino ad ottenere il primo “seed” da parte di uno dei molti investitori che restano in silenziosa osservazione fino a quando l’idea non dimostra di diventare un business. Il comune denominatore è certamente la voglia di creare una propria impresa e di innovare.

Imprese innovative: quali requisiti?

Si parla tanto di Start Up e di imprese innovative: ma di che cosa si tratta esattamente? Quali sono i requisiti che deve possedere un’impresa per essere definita innovativa? Quale forma societaria ha un’impresa innovativa?

Durante l’ultimo convegno organizzato dalla Camera di Commercio di Torino dedicato alle imprese innovative ho appreso notizie interessanti e utili. Importante la definizione: una Start Up innovativa è una società costituita e che svolge attività d’impresa da non più di 48 mesi dalla data di presentazione della domanda. La sede della Start Up e i suoi interessi devono essere situati in Italia. L’oggetto sociale, prevalente o esclusivo, riguarda lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti, servizi innovativi ad alto valore tecnologico. A partire dal secondo anno di attività della Start-Up innovativa, il totale del valore della produzione annua, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non deve essere  superiore ai  5 milioni di euro.

La cosa importante, e questo va chiarito subito visto il grande interesse dimostrato per gli Spin Off d’azienda da parte di banche e investitori, è che la Start Up non distribuisce e non ha distribuito utili. Si tratta di una società nuova, che non si è costituita a seguito di una fusione, oppure di una scissione societaria o, a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda. Riguardo alla composizione del bilancio, le spese in ricerca e sviluppo devono risultare uguali o superiori al 15 per cento del maggiore valore fra costo e valore totale della produzione. Dal calcolo per le spese in ricerca e sviluppo vanno poi  escluse le spese per l’acquisto e la locazione di beni immobili. In aggiunta a quanto previsto dai principi contabili, sono altresì da annoverarsi tra le spese in ricerca e sviluppo: le spese relative allo sviluppo precompetitivo e competitivo, quali sperimentazione, prototipazione e sviluppo del Business Plan, le spese relative ai servizi di incubazione forniti da incubatori certificati, i costi lordi di personale interno e consulenti esterni impiegati nelle attività di ricerca e sviluppo, inclusi soci ed amministratori, le spese legali per la registrazione e protezione di proprietà intellettuale, termini e licenze d’uso. Le spese risultano dall’ultimo bilancio approvato e sono descritte in nota integrativa. In assenza di bilancio nel primo anno di vita, la loro effettuazione è assunta tramite dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante della Start-Up innovativa.

Non mi sembra poco. Anche perché le imprese innovative godono di diverse agevolazioni. Possono iscriversi a un registro speciale dedicato alle imprese innovative. Ma di questo, vista la corposità dell’argomento trattato, preferisco parlare in diversa occasione. Personalmente, essendo titolare di una Start Up incubata al Politecnico di Torino, a parte segnalare l’inefficacia dei percorsi di incubazione, troverei intelligente che, oltre ad aver attivato delle misure di facilitazione fiscale, il Governo procedesse alla creazione di un fondo dedicato alle Start Up. Una sorta di kit di partenza, come quello che offriva anni fa il servizio “Mettersi in Proprio”, attivato dalla Provincia di Torino. Nel kit, oltre alla consulenza gratuita di avvocati, commercialisti, redazione del Business Plan, al giovane imprenditore veniva erogata una mini cifra mensile. Poca cosa ma tale da aiutare il neo- imprenditore a sopravvivere fino a che la propria impresa non fosse diventata operativa e in grado di fatturare. Per le donne esistevano contributi a fondo perduto. Non esiste nulla di tutto questo. Non a caso, a parte strepitosi successi di innovazione tecnologica, di quelli che ricevono subito il famoso “seed” da un investitore, una su mille ce la fa. Morale? C’è ancora molto da fare.

Innamorati della Cultura. Il 17 dicembre l’incontro con i Creatori di progetto. Pronti per partire!

Ci ho messo un po’ a scrivere questo articolo. Sono sempre affannata. Presente il coniglio marzolino di Alice? Quello con l’orologio sempre in mano? Ecco, quella sono io. Gli ultimi mesi sono stati super impegnati, caotici, faticosi, divertenti. Perché ho messo su una Start Up e perché non sono più una ragazzina. E poi, c’è la famiglia da guardare, una casa da mandare avanti, i compiti, la spesa, cucinare. E, ovviamente, il lavoro. Ma questo è un discorso dedicato ad un altro articolo che avrà il titolo di un famoso libro (e film) “Ma come farà a fare tutto?”. Mah, non so. Credo siano i superpoteri che noi donne pensiamo di avere e che, di fatto, non abbiamo.

Anyway. Lo scorso 17 dicembre alle ore 15.30, abbiamo deciso di presentare il progetto “Innamorati della Cultura” alle persone interessate a far conoscere e promuovere un’idea creativa grazie ai finanziamenti ottenuti attraverso la piattaforma. Detto così sembra tutto semplice, ma non lo è affatto. Innanzitutto, prima che una Start Up, siamo tre persone. Tre teste e tre personalità diverse. Poi c’è il percorso di incubazione che ti impone passaggi obbligati: verifiche e test, presenza a convegni e dibattiti. Insomma, una quantità di lavoro stratosferica. L’ufficio in co-working insieme ad altre Start Up. Un posto carino, accogliente, luminoso ma totalmente privo di privacy e questo, per una senior come me, può creare problemi. Infatti lavoro con le cuffie, a tutto volume.

On line abbiamo deciso di montare una demo senza sezioni e, in separata sede, Lorenzo ha montato una magnifica presentazione in slide che ho presentato io facendo anche un po’ di casino, perché non ho mai parlato davanti a una folla di persone.

“Innamorati della Cultura” è piaciuto, moltissimo. Il meccanismo è semplice. Chi presenta il proprio progetto artistico o di restauro può pubblicarlo – gratis – sul portale. Definito il budget da raggiungere insieme, si parte con la raccolta di fondi. Come? Il Creatore attraverso i suoi contatti, noi attraverso i nostri. Social media, pr, digital pr, comunicazione tradizionale e digital. Una volta che si è raggiunta la cifra, il Creatore ricompensa i suoi “Innamorati” in base a quanto hanno donato. Se non si è raccolto nulla può riprovare, magari tarando meglio il progetto. Nel primo caso, la piattaforma preleva il 10% del raccolto per sostenere i suoi costi. Nel secondo caso nulla.

I progetti stanno arrivando. Abbiamo dato fino al 30 gennaio come periodo di riferimento per raccoglierli. Poi li selezioneremo e decideremo quale sarà il primo ad essere pubblicato, promosso e finanziato. Nel frattempo non siamo stati fermi. Durante la pausa natalizia abbiamo messo online il sito e aperto la pagina FB. Siamo già più di 1000 fan. Niente male per essere solo all’inizio.

2013: un’ottima annata. Nasce una Start Up ogni quattro ore.

Il 2013 è stato un anno davvero prolifico, che resterà nella storia come l’anno delle Start Up. Se da un lato le notizie per le imprese sono demoralizzanti, sul versante Start Up l’orizzonte pare schiarirsi. Secondo i dati rilevati da Start Up Italia, solo a dicembre sono nate 41 Start Up alla settimana, una ogni 4 ore. Anche l’Expo ha deciso di aprire alle idee innovative e si può dire che in Italia la creatività non sia mai mancata.

Ecco, intanto, alcune cifre interessanti. 500 milioni di dollari è l’importo versato dall’americana Clovis per EOS; 3,7 milioni di dollari per Musixmatch, l’applicazione citata fra le migliori del 2013 da Apple. Tutto questo è stato reso possibile perché il decreto Crescita 2.0 di fine 2012 ha dato una definizione e un campo d’azione alla categoria delle imprese innovative. Ha garantito – davvero eccellente – una serie di semplificazioni per dare una spinta decisiva al settore e mettendo a disposizione 200 milioni di investimento di partenza. L’Italia è stato il primo paese al mondo a regolamentare l’equity crowdfunding. Il decreto non è ancora operativo, ma chi ben comincia è già a metà dell’opera.

La nuova era dell’imprenditoria italiana è iniziata il 24 dicembre del 2012. Il registro delle Start Up innovative ha ricevuto quel giorno la sua prima iscrizione. Da lì in avanti è stato un susseguirsi di iscrizioni. Il 13 dicembre 2013, appena un anno dopo, ne risultano 1.456 iscritte. Più di 6 al giorno. Una ogni 4 ore con un picco massimo raggiunto nel marzo 2012 con 95 iscrizioni nella settimana dall’11 al 15.

In testa alla classifica c’è Milano con 184 Start Up. In seconda posizione l’Emilia Romagna, rallentata dal terremoto ma non per questo ferma. Un punto fondamentale per non fermare questa fioritura dipende dal decreto attuativo sulle detrazioni fiscali che sarà retroattivo per il 2013, consentendo così a chi ha investito di detrarre il 19%.

A questa crescita di giovani imprenditori si aggiunge la necessità di creare un collegamento fra nuova e vecchia imprenditoria. I giovani team, altamente formati e propositivi sul piano della ricerca e dell’innovazione, ben si integrano con l’esperienza e le competenze offerte da imprenditori più maturi ed esperti. In questo si può scoprire un’opportunità di scambio e di crescita reciproca offerta dalla crisi.

L’ultimo dato interessante riguarda l’Expo di Milano. Il direttivo ha espresso l’intenzione di dare spazio a idee innovative riguardanti cibo e ambiente per il Padiglione Italia. Un’occasione unica per uscire su una vetrina mondiale in un settore in cui l’Italia è ancora anni luce indietro e, forse, anche per fermare l’emorragia di cervelli. Magari considerando, come sta già facendo il più lungimirante Obama, la Start Up Visa. È un argomento interessante e controverso, di cui vi parlerò ampiamente nel prossimo articolo.

Equity Crowdfunding. Varato il Regolamento Consob

Lo scorso venerdì 12 luglio, sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il regolamento definitivo sul crowdfunding, varato dalla Consob e riguardante la raccolta di capitali di rischio da parte di start-up innovative tramite portali on-line.

Il regolamento si compone di 25 articoli ed è suddiviso in tre parti che trattano, rispettivamente: le disposizioni generali; il registro e la disciplina dei gestori di portali; la disciplina delle offerte tramite portali. Al testo sono poi allegate: le istruzioni per la presentazione della domanda di iscrizione nel registro dei gestori; lo schema della relazione sull’attività d’impresa e sulla struttura organizzativa; lo schema per la pubblicazione delle “Informazioni sulla singola offerta”, che comprendono, tra l’altro, un’Avvertenza, le informazioni sui rischi, sull’emittente, sugli strumenti finanziari e sull’offerta.

Finalmente esiste una legislazione che disciplina l’equity crowdfunding, dando così alle neo-imprese la possibilità di entrare nel mercato attraverso finanziamenti online, e “svolgendo quindi un appello al pubblico risparmio rivolto a un elevato numero di destinatari che nella prassi effettuano investimenti di modesta entità.”

Dopo aver introdotto questa possibilità nel decreto crescita-bis varato dal governo Monti, l’Italia è ora il primo paese in Europa a disporre di un quadro regolatorio sul tema. E concordo con Dettori sul fatto che sia un traguardo davvero importante per il nostro paese, perché ora possono cominciare a cambiare molte cose nelle prospettive dell’economia Italiana. Potrebbe davvero essere l’inizio di un processo di democratizzazione della finanza e se Consob riuscirà a far sviluppare un mercato ampio e sano, da oggi per le startup in Italia è cambiato tutto.

V’invito a leggere l’articolo di Gianluca Dettori su Che Futuro!

Ecco qui, invece, la scheda sintetica sui contenuti del Regolamento, e qui la delibera.