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Gender Digital Divide: una frattura reale che interessa le donne italiane

Si scrive Gender Digital Divide, si legge mancata opportunità per le donne di crescere. Che le donne italiane – e non solo – siano tecnofobiche  non è una novità.  Non mi riferisco alle giovani ma a quella grandissima fetta di donne adulte che, salvo pochi casi, si tengono alla larga dalla tecnologia. Magari la utilizzano quotidianamente tra cellulari, pc e iPad, ma non capiscono né vogliono capirne niente. Ma che cosa determina il digital divide di genere? Sono andata a spulciare un po’ di articoli in rete e tutti evidenziano come tra i fattori scatenanti rientrino la mancanza di istruzione, il reddito basso e l’età avanzata.

Analizzo uno per uno. È un dato certo che le donne, per un fatto culturale più che per una reale predisposizione, privilegino gli studi umanistici rispetto a quelli scientifici. Tolte le facoltà che poi prevedono sbocchi in  professioni di cura, cioè tipicamente femminili, come medicina o farmacia, le donne non scelgono di iscriversi a facoltà tecnologiche.  Ci sono poi donne non giovani che, oltre a non avere un’istruzione sufficiente, magari per aver prestato opera di cura nella famiglia, oggi si trovano tagliate fuori dalla vita quotidiana con un  reale pericolo di rimanere emarginate, perché il processo di digitalizzazione si allarga e accelera sempre più velocemente. Esiste poi un altro dato  che riguarda noi donne e che va ad aggiungersi al digital divide. Le donne non hanno un buon rapporto con il denaro. Ivana Pais, che sta realizzando una ricerca sul crowdfunding, afferma che le donne non ottengono finanziamenti in banca e che, seppure riescono a intessere reti sociali, spesso non le utilizzano nel lavoro, al contrario degli uomini. Secondo una ricerca del Politecnico, inoltre, nel crowdfunding sono più le donne che non gli uomini a presentare progetti, ma l’80% dei finanziatori è di sesso maschile.

In questi giorni,  mentre stavo lavorando ai contenuti per l’agenda digitale per la parte e-inclusion,  mi sono resa conto dell’estrema importanza di offrire strumenti concreti affinché le donne possano affrontare questo cambiamento. Si tratta di strumenti, come ho suggerito, che a partire dalle scuole inferiori sino ad arrivare all’università, aiutano le donne a comprendere l’importanza della tecnologia come strumento di sviluppo, di lavoro, di semplificazione della vita privata. Penso a quanto la tecnologia possa aiutare una donna nella gestione della vita famigliare. Ma anche a corsi di formazione, informazione, empowerment e leadership. Come verranno attuate queste misure ancora non so. So però, perché l’ho visto con i miei occhi, che le linee guida ci sono e che se verranno applicate  la donna italiana potrà crescere e arrivare ad utilizzare la tecnologia con disinvoltura.

Geek Girls. Il divario digitale di genere esiste, ma stiamo recuperando

Vent’anni fa,  al  boom dei personal computer e di Internet è seguita la diffusione di una dinamica sociale definita Digital Divide, in italiano il “divario digitale”. Il termine si riferisce al gap che esiste tra  le persone che hanno la possibilità di accedere alle tecnologie e quelle che invece non vi possono accedere. Le cause del mancato accesso sono diverse. Certamente la principale è di origine economica. Esistono anche cause sociologiche riguardanti l’età, l’istruzione, l’educazione oppure i gruppi etnici d’appartenenza. Per fare un esempio concreto, nei paesi sottosviluppati mancano le infrastrutture necessarie per offrire alla popolazione l’accesso a Internet.

Alla fine del 2000, il problema ha toccato tutto il mondo  e così, sia in Europa che negli Stati Uniti, si è dato il via ad una serie di leggi, progetti e iniziative per eliminare il gap esistente. Da qualche anno poi, alcuni sociologi hanno preso in considerazione un’altra differenza, ossia il divario digitale che esiste tra uomini e donne.

Il Gender Digital Divide non è causato quindi solo dal mancato accesso alle tecnologie per le molteplici cause prima elencate. Il divario digitale tra i sessi si focalizza sull’analisi delle differenze di accesso, usi e consumi delle ICT da parte dei due generi.
In Italia, più che in altri paesi europei, noi donne abbiamo sempre avuto meno accesso a Internet rispetto agli uomini. In parte, è un fatto culturale. La tecnologia viene percepita come qualcosa di maschile. Da un altro punto di vista, a noi donne tocca la cura della famiglia (figli e anziani) e avendo meno tempo a disposizione, l’utilizzo di Internet viene rimandato o visto come poco utile.
Fortunatamente, le statistiche degli ultimi anni parlano chiaro: le donne sulla rete si stanno moltiplicando, stanno sviluppando skills e comportamenti propri che differenziano il loro utilizzo del web da quello degli uomini.

Ho trovato su Slideshare un’interessante presentazione. La situazione della donna italiana e il suo rapporto con la rete emerge con chiarezza. In che modo accede, perché accede, come utilizza i servizi e che cosa compra o legge. Shopping online, social network, news, ebook sono tra le tante attività svolte dalle donne sul web, che hanno ormai raggiunto il 60% della popolazione on line.
Restano fuori le casalinghe e le donne anziane. Un gap questo che mi auguro verrà affrontato e riempito. La digitalizzazione del paese rischia di creare una macrocategoria di emarginati. Non solo donne, ma anche anziani e stranieri.

Agenda Digitale. Questa sconosciuta

È passato un anno da quando la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva il disegno di legge sullo sviluppo, che aveva già avuto l’approvazione del Senato.

Il provvedimento introduce nel nostro ordinamento i principii dell’Agenda Digitale europea, iniziativa dell’Unione che mira a incentivare l’innovazione tecnologica come strumento per rilanciare la crescita e lo sviluppo. Ma di cosa si tratta esattamente? Lo scopo, tanto per semplificare, è quello di creare un “mercato digitale unico” basato su Internet e su software interoperabili, cioè in grado di dialogare fra loro e di utilizzare dati senza problemi di compatibilità.

L’Agenda Digitale europea è basata su “sette pilastri” ed elenca più di cento azioni da mettere in pratica per essere attuata. Ha anche un commissario europeo, Neelie Kroes, che ha il compito di verificare che i principii dell’Agenda siano recepiti e realizzati da tutti gli stati membri.

Mi dispiace molto dover scrivere che l’Italia è in ritardo. Si parla molto e si sprecano tante riunioni per definire come far ripartire il paese. Ecco, secondo l’ultimo dossier della Banca Mondiale, l’Italia investe meno del 2 per cento del proprio prodotto interno lordo nelle TLC contro il 3,5 per cento degli Stati Uniti, per esempio.

L’Agenda Digitale si prefigge di recuperare il tempo perduto e il Ministero dello Sviluppo parla di iniziative per circa 2,5 miliardi di euro per il primo anno di investimenti nel progetto. A pieno regime, il governo parla della produzione di circa 4,3 miliardi di euro e di 54mila nuovi occupati permanenti e 19mila occupati durante la fase della spesa.

Passato il tempo e cambiati un paio di governi, nel giugno 2012 è stata istituita – con il famoso “decreto sviluppo” – l’Agenzia per l’Italia Digitale, che dovràverificare l’attuazione dei piani e delle linee guida indicate nell’ADI. E, cosa non da poco, identificare le migliori soluzioni per la digitalizzazione della pubblica amministrazione e per i servizi rivolti ai cittadini, compresa la possibilità di gestire gli stessi dati con programmi diversi e compatibili tra loro.

Essendo Creator di una Start Up incubata al Politecnico di Torino, sono stata incaricata da Marina Cimavicepresidente di Federmanager Minerva (di cui faccio parte), di scrivere per il nuovo blog dedicato all’Agenda Digitale. Il blog non è ancora on line e così ho tempo per  acquisire informazioni e, se possibile, maggiori competenze.

Sono così andata a cercarmi quali sono esattamente gli argomenti che potranno essere trattati. Ecco un elenco che, dal mio punto di vista, è molto interessante.

1. Identità digitale e servizi innovativi per i cittadini: carta d’identità e tessera sanitaria elettronica; anagrafe unificata, archivio delle strade, domicilio digitale e posta elettronica certificata obbligatoria per le imprese.

2. Amministrazione digitale: dati e informazioni in formato aperto e accessibile, compresi quelli della pubblica amministrazione; biglietti di viaggio elettronici, sistemi digitali per l’acquisto di beni e servizi, trasmissione obbligatoria dei documenti via Internet.

3. Servizi e innovazioni per favorire l’istruzione digitale: certificati e fascicoli elettronici nelle università, testi scolastici digitali.

4. Misure per la sanità digitale: fascicoli sanitari elettronici, prescrizioni mediche digitali.

5. Forte impulso per la banda larga e ultralarga.

6. Moneta e fatturazione elettronica: pagamenti elettronici anche per le pubbliche amministrazioni, utilizzo della moneta elettronica.

7. Giustizia digitale: notifiche e biglietti di cancelleria dei tribunali per via elettronica, modifiche alla legge fallimentare per procedere in via telematica, ricerca e incentivi per società attive nelle nuove tecnologie.

Ecco, questo è l’elenco. Chissà quando tutto questo verrà realizzato. Perché ad esempio, anche solo il punto relativo alla realizzazione della banda larga si scontra con la scarsità di fondi a disposizione o, se devo essere sincera, con l’incapacità gestionale di destinare le risorse giuste nei posti necessari.

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– Agenda Digitale: il nuovo avanza. Per tutti, forse

Web Tax prorogata a luglio 2014

Il decreto Milleproroghe è stato approvato il 27 dicembre 2013 dal Consiglio dei Ministri. All’Italia si sono accodate la Francia e l’Inghilterra. Ma a chi si applica la “web tax”? In pratica, nella prima versione si era parlato di chi svolge attività di commercio elettronico in Italia. La nuova versione, quella attuale, si rivolge solo a chi svolge attività di pubblicità online, anche se passa attraverso centri media ed operatori. Sarebbe più corretto, forse, definirla “spot tax”. Ad ogni modo, entrerà in vigore il 1° luglio 2014.

Navigando in rete, leggo commenti di vario genere. Se ho capito bene, le società italiane non potranno comprare servizi pubblicitari su siti web visti in Italia sia da rete fissa che mobile, a meno che questi siti non abbiano Partita Iva italiana. Per il nostro Stato lo scopo della tassa è certamente quello di aumentare gli introiti facendo pagare alle multinazionali che operano in Italia (ma che pagavano le tasse in Paesi con fiscalità ridotta) per i profitti realizzati nel nostro paese. Questo provocherà certamente un aumento dei prezzi potenziali per la pubblicità visualizzata in Italia. È possibile quindi che le multinazionali decidano di scaricare parte dei costi derivanti dall’avere Partita Iva italiana proprio su chi visualizzerà la pubblicità online in Italia o, ipotesi ancora peggiore, le aziende italiane potrebbero non comparire più nella pubblicità di siti web stranieri che decidessero di non operare più in Italia per via della web tax. Curiosamente la norma non prevede tassazione sui collegamenti via satellite per connettersi ad Internet. È possibile che l’ostacolo possa essere aggirato da chi si collega via satellite.

Su tutto questo, considero che in un momento economicamente difficile come quello che stiamo attraversando, sarebbe auspicabile una risposta da Bruxelles. L’Italia ha necessità di attrarre investimenti e investitori e non certo di farli scappare. Una politica comunitaria univoca riguardo questo aspetto sarebbe altamente gradita. In un paese come il nostro, ad altissimo tasso di evasione fiscale e di tasse, gioverebbe una direttiva generale chiarificante anche se, mi rendo conto, di complicata attuazione.

La scuola italiana? Indietro tutta.

Siamo alla fine di agosto. Discuto a tavola con la figlia minore insistendo che sia meglio acquistare un nuovo laptop e scaricarci i libri di testo sopra. “Ennò” – mi dice lei – , “la professoressa di francese non vuole”. Ma come? La spending review impone che la scuola sia digitalizzata entro la fine del 2050. (Mi conferma l’adolescente). Vero, me lo ha confermato anche il telegiornale delle 20.00. E allora, perché? Non so, butto lì a caso.

La lobby delle case editrici non vuole mollare il ricco boccone. La maggior parte degli istituti italiani non è dotata di strumenti e attrezzature. La professoressa di francese, piuttosto che utilizzare il registro elettronico, si fa tagliare una mano. Come lei pare che ce ne siano moltissimi in giro per lo stivale. La figlia dice che dovrebbero licenziarli tutti e mettere al loro posto dei giovani hacker. Perché, se non ce ne siamo resi conto, è sufficiente aprire il pc per ottenere formazione d’eccellenza gratis e sempre a disposizione. Cito, tanto per fare un esempio, la Khan Academy: “la nostra missione è quella di accelerare l’apprendimento per gli studenti di tutte le età. Con questo in mente, vogliamo condividere i nostri contenuti con chiunque li ritenga utili.” Khan Academy ha un indice di oltre 4500 video di qualsiasi materiale, dall’aritmetica alla fisica, dalla la finanza alla storia, e centinaia di strumenti per praticare ed esercitarsi dove, quanto, come e quando se ne ha voglia e tempo.

Oltre a questo straordinario strumento, leggo che Vincos riporta che 10 milioni di italiani si collegano ogni giorno in mobilità a Facebook. Ogni giorno, 9 milioni di italiani vanno a scuola. Faccio una domanda banale. Quanti di questi utilizzano Fb? Il collegamento tra i media digitali e la scuola è nei fatti. Sta per ripartire un nuovo anno e le cose, a livello istituzionale, non sono cambiate. È possibile che i ragazzi e gli insegnanti così avvertiti non aspettino più. Il resto verrà rottamato. Lo dice sempre anche la piccola, che si è iscritta alla Khan Academy e segue le lezioni di matematica in lingua inglese.

Equity Crowdfunding. Varato il Regolamento Consob

Lo scorso venerdì 12 luglio, sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il regolamento definitivo sul crowdfunding, varato dalla Consob e riguardante la raccolta di capitali di rischio da parte di start-up innovative tramite portali on-line.

Il regolamento si compone di 25 articoli ed è suddiviso in tre parti che trattano, rispettivamente: le disposizioni generali; il registro e la disciplina dei gestori di portali; la disciplina delle offerte tramite portali. Al testo sono poi allegate: le istruzioni per la presentazione della domanda di iscrizione nel registro dei gestori; lo schema della relazione sull’attività d’impresa e sulla struttura organizzativa; lo schema per la pubblicazione delle “Informazioni sulla singola offerta”, che comprendono, tra l’altro, un’Avvertenza, le informazioni sui rischi, sull’emittente, sugli strumenti finanziari e sull’offerta.

Finalmente esiste una legislazione che disciplina l’equity crowdfunding, dando così alle neo-imprese la possibilità di entrare nel mercato attraverso finanziamenti online, e “svolgendo quindi un appello al pubblico risparmio rivolto a un elevato numero di destinatari che nella prassi effettuano investimenti di modesta entità.”

Dopo aver introdotto questa possibilità nel decreto crescita-bis varato dal governo Monti, l’Italia è ora il primo paese in Europa a disporre di un quadro regolatorio sul tema. E concordo con Dettori sul fatto che sia un traguardo davvero importante per il nostro paese, perché ora possono cominciare a cambiare molte cose nelle prospettive dell’economia Italiana. Potrebbe davvero essere l’inizio di un processo di democratizzazione della finanza e se Consob riuscirà a far sviluppare un mercato ampio e sano, da oggi per le startup in Italia è cambiato tutto.

V’invito a leggere l’articolo di Gianluca Dettori su Che Futuro!

Ecco qui, invece, la scheda sintetica sui contenuti del Regolamento, e qui la delibera.

 

Il mondo è sempre più mobile

Esco la settimana scorsa da una riunione con un’importante associazione di categoria: desiderano comunicare. Vorrebbero farlo con i social ma, la stragrande maggioranza degli associati pare che non sia dotato di nuove tecnologie. Che nemmeno le sappia usare… Veramente?

Ieri sera ricevo via LinkedIn un interessante post da un mio collega indiano, il dott. Rajiv Tewari. Sappiamo bene che l’India per le nuove tecnologie è mille passi avanti a noi. Il titolo del post è interessante: “700 milioni di utilizzatori di telefonini mobile in India”. Mi immagino nel resto del mondo. È cosa nota a tutti noi comunicatori che i  brand comunicano con i loro utenti attraverso modalità del tutto nuove e con costi decisamente inferiori. Le regole del gioco stanno cambiando sempre più velocemente. Internet cresce e la penetrazione del mobile aumenta. Infatti, il mercato della carta stampata se da un lato diminuisce, dall’altro è diventato sempre più di nicchia, soprattutto per quanto riguarda il b2b. Ma dove e come si colloca l’Italia? A mio avviso su due fasce estreme: c’è chi usa Internet ed è sempre e molto connesso; c’è chi non lo usa affatto o lo usa male, oppure se lo usa non ne sfrutta appieno le capacità. Proprio come gli associati di cui sopra. Intelligenti, laureati, competenti, ma anche molto pigri.