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Alcesti di Euripide: un crowdfunding per… vestire la cultura!

La storia è nota: Admeto, re di Fere, deve morire.  il dio Apollo, ospite in casa del sovrano, ottiene che un’altra anima scenda negli inferi al suo posto. C’è una sola persona disposta al sacrificio estremo: sua moglie, Alcesti. Nonostante gli sforzi di Apollo per tenerla in vita, la Morte (Thanatos) arriva a prenderla sotto gli occhi di tutti. Vita e morte si fronteggiano in uno strenuo duello.

Quale delle due divinità sarà trionfante? In questo suo primo dramma pervenuto sino a noi nella sua forma integrale, Euripide riprende il modello epico rovesciandolo: una donna che, al pari di un eroe, dona la sua vita per salvare chi ama, mentre l’uomo piange il vuoto lasciato dalla moglie. Proprio quando sembra non esserci altra speranza per Admeto, cruciali saranno la sua ospitalità e la benevolenza verso chi è straniero e servitore: sarà un inaspettato ospite, Eracle, a risolvere in maniera sorprendente la vicenda, ribaltando quella che sembrava una tragedia già conclusa.

kerkìs-Rane-300x199Kerkis è un termine greco che allude alla sezione della platea che, nel teatro antico, accoglieva gli spettatori e convergeva verso la scena facendoli sentire protagonisti.

La direttrice scientifica e drammaturgica di Kerkis, è la prof.ssa Elisabetta Matelli, regista e direttore artistico è Christian Poggioni il quale, insieme al direttore musicale e ai giovani attori riportano in vita Eschilo, Sofocle, Euripide, Plauto, Terenzio e molti altri, le cui “parole alate” riecheggiano ancora forte nel corso dei secoli.

Come fare per donare? Si può accedere dalla pagina del sito dell’associazione o  direttamente dal link della campagna http://www.innamoratidellacultura.it/campaigns/investi-per-cultura-antica/ . La scelta spazia da 10 (un grazie) a 1000 euro ( ringraziamento su pagina Facebook di Kerkis, oralmente in teatro prima delle repliche, menzione sul materiale promozionale cartaceo dello spettacolo + Fotografia incorniciata e con dedica di tutta la compagnia in costume a teatro+ ritratto a mezzo busto del benefattore nelle vesti di uno dei personaggi dello spettacolo, realizzato dallo scenografo Dino Serra + DUE ingressi per la replica di Alcesti a maggio/ottobre + DUE ingressi per TUTTI GLI spettacoli della stagione 2016/2017 + Inserimento del nome nella sezione permanente della pagina web dedicata a sponsor e benefattori, con una frase sapienziale in forma di epigrafe e dedicata, tratta da un dramma antico che il benefattore può scegliere tra nostre proposte) utilizzando l’ormai  noto PayPal oppure il sistema di transazione sicuro per carte di credito STRIPE.

Kerkìs-spettacolo-300x191Donare per sostenere la buona cultura è un atto di grande civiltà. Ma quello che piace sempre più agli italiani è il poter partecipare. Verificando dove vanno i finire i soldi donati. Scegliendo che cosa sostenere e, ricevendo in cambio la possibilità di fare parte di realtà affascinanti e preziose. Dall’altra parte, chi lancia una campagna di crowdfunding lo fa perché vuole che il suo progetto sia visto e poi escelto. Se questo accade, il legame che si crea con il suo sostenitore è qualcosa di molto, molto  speciale.

Redazione – www.innamoratidellacultura.it

Il governo italiano, unico e primo in tutto il mondo, ha deciso di legiferare sulla sharing economy. Teniamoci forte ragazzi.

La strada da percorrere si spera sia ancora lunga. Come parte in causa, auspico che il governo italiano, specializzato in bisticci grotteschi su qualsiasi argomento, si prenda il giusto tempo per

a) mettere a fuoco che cosa è esattamente il fenomeno definito come “sharing economy”

b) realizzi che mettere un freno ad un comparto che sta dando, e ha già dato, lavoro a migliaia di persone che attualmente si trovano senza lavoro proprio grazie all’insipienza del governo stesso, non attrae il consenso popolare. Anzi.
In qualità di gestore di una piattaforma di crowdfunding, ho festeggiato insieme a molti colleghi la recente notizia dello “sblocco” del crowdfunding di tipo equity da parte della Consob. Alleluia. L’ente, quando ancora nessuno in Italia sapeva nemmeno cosa fosse l’equity crowdfunding, ha prudentemente e italianamente deciso di “ingessarlo” con norme e regole favorevoli solo al mondo bancario con il risultato che, se nell’intero pianeta il crowdfunding di tipo “equity” è esploso, da noi no. Complimenti al genio. Spero  che non succeda lo stesso con questa idea di regolamentare la sharing economy ma i presupposti non fanno pensare bene. Mi sembra di capire che il punto nodale per il governo italiano, desideroso di tassare chiunque e qualsiasi cosa, sia quello stabilire la differenza fra sistemi che si fondano sull’idea di condivisione di beni e servizi rispetto a forme di business vere e proprie,

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Il “Sharing Economy Act” è una proposta di legge presentata nei giorni scorsi da un gruppo di parlamentari appartenenti all’Intergruppo “Innovazione” . Lo scopo è quello di «disciplinare le piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi» e di «promuovere l’economia della condivisione». Sulla carta sembra tutto chiaro. Nutro però il terribile sospetto che questo gruppo di volenterosi paladini governativi non abbia la minima nozione del’argomento. Disquisire di “sharing economy”, cioè di “economia collaborativa” tanto per usare l’italiano e farsi capire da tutti, non è cosa affatto semplice né risolvibile in quattro e quattro otto.
Il principio che governa la “sharing economy “ è la condivisione di beni e di servizi con alla base una logica di scambio e condivisione fra le persone. Tutti noi conosciamo e amiamo BlaBlaCar che ci consente di condividere i nostri viaggi con altre persone che, oltre ad aiutarci a sostenere i costi della trasferta ci offrono la possibilità di viaggiare in compagnia e di ridurre il quantitativo di veicoli in circolazione. La piattaforma Zoopa ci permette di generare video, campagne virali, loghi grazie a un sistema di “crowdsourcing” grazie cioè ad una rete di professionisti che mettono la loro professionalità a disposizione ad un prezzo più basso e con un’offerta creativa decisamente più alta. Ci sono poi i progetti open source come, per esempio, WordPress dove moltitudini di sviluppatori mettono le loro conoscenze al servizio della comunità. Ma un piattaforma open source è ben diversa da un’esperienza di car, food o house sharing . L’indagine IPSOSdel 2014, difatti, ha evidenziato come l’adesione all’economia collaborativa non ruoti esclusivamente attorno a motivazioni individuali – come i possibili benefici economici, ma anche al desiderio di contribuire ai bisogni della propria collettività di appartenenza, una forma di adesione a un sistema valoriale condiviso.
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In questo senso moltissimo è stato fatto in diversi ambiti: i FabLab sono laboratori aperti alla produzione collaborativa attrezzati con macchinari e strumenti come stampanti 3D dove chiunque può andare ad auto fabbricare qualunque cosa . Nei cowoorking viene condiviso lo spazio di lavoro e le persone possono aggregare competenze diverse senza essere collegate da vicoli contrattuali.
Ma la collaborazione attiene anche all’ambito del consumo, grazie allo sviluppo di piattaforme e realtà innovative che hanno applicato i principi peer-to-peer a sistemi tradizionali come il baratto, la donazione o lo scambio. Pensate alle piattaforme di crowdfunding, di social eating, di co-housing.
Il punto comune per qualsiasi settore collaborativo -e che sta alla base di tutti questi sistemi – si fonda su di un principio ben preciso che è quello del trasferimento di qualcosa. Questo trasferimento può essere inteso come una forma di scambio o condivisione: ho un’idea, un abito, una casa, un’auto, una barca, un talento e lo metto in comune o lo scambio un’altra persona oppure lo cambio con un altro bene e servizio.
Ci sono poi delle forme di sharing economy dove la collaborazione è un modo per definire nuove forme di mercato che tendono a riprodurre relazioni non necessariamente dissimili da quelle dei mercati tradizionali. Mi riferisco ad aziende che, a fronte di un costo di transazione, mettono in contatto la persona che ha una risorsa (una casa, per esempio ) con un’altra persona che non ce l’ha. Questo tipo di condivisione genera dei profitti (Uber, tanto per intendersi) e si basa sul principio di utilizzo in condivisione di qualcosa che già si possiede, senza quindi una produzione di beni o di servizi. In questo caso la collaborazione si basa sull’accesso alla proprietà e non ha niente a che vedere con lo scambio. Siti come HomeExchange mettono in comune un bene senza che ci sia la possibilità da parte di qualcuno di trarre guadagno da questo scambio.

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Il punto che confonde i parlamentari del gruppo “Innovazione “, nei confronti di aziende come, per esempio,  “Gnammo” è: organizzare un pasto in casa propria con altri utenti chiedendo in cambio un rimborso sui costi sostenuti è un modo per socializzare oppure è un modo pratico per farsi un vero e proprio ristorante in casa guadagnando? E chi guadagna è un libero professionista o è un dipendente? Bei quesiti davvero.
Per  realtà come AirBnb e Uber si può parlare di economia dello scambio mascherata però da sharing economy.
Queste aziende americane non solo fanno enormi fatturati, ma stanno creando una nuova economia di lavoratori “a rimborso spese” che non sono regolamentati né tassati e lavorano senza alcuna copertura assicurativa e, spauracchio italiano, senza tutela da parte dei sindacati. Ed è qui che il gruppo di parlamentari del gruppo “innovazione” ha deciso di andare a legiferare.
Personalmente penso che la sharing economy non vada fermata ma, al contrario implementata con una chiara suddivisione fra la rental economy mascherata da “economia collaborativa” e la autentica “sharing economy”. La proposta di legge del 2 marzo scorso prevede che un utente che arrotonda i suoi introiti affittando stanze, organizzando cene oppure offrendo passaggi con la sua automobile debba pagare una imposta del 10% se i suoi guadagni non superano la cifra dei 10 mila euro all’anno. Superata tale cifra, gli introiti verranno considerati redditi veri e propri e andranno sommati agli altri redditi percepiti. Questo significa che aziende come AirBnb dovranno devono aprire una sede in Italia e comunicare i dati all’Agenzia delle Entrate sulle transazioni economiche tra i propri utenti e che queste transazioni , d’ora in poi, potranno avvenire solamente per vie elettroniche. Ecco qua servito il solito vespaio all’italiana. La proposta avanzata dai nostri prodi parlamentari non spiega perché si debba applicare la medesima aliquota per un passaggio offerto con BlaBlaCar oppure per l’ affitto di una stanza su AirBnb. Anche se i costi di gestione dei beni possano essere molto simili – l’usura della macchina in un caso, le spese vive nel caso dell’affitto di una stanza (tasse, pulizia, manutenzione) –si tratta di due realtà con finalità profondamente diverse. BlaBlaCar è un sistema di trasferimento della proprietà su un bene limitato – io ti offro un passaggio, tu mi rimborsi le spese. AirBnb, invece, è un sistema di accesso alla proprietà che funziona come un vero e proprio contratto di affitto. E’ evidente che gli utenti di BlaBlarCar avrebbero poca convenienza ad usare la piattaforma e quindi il guadagno aggiuntivo e relativo mercato verrebbe affossato.Sto già battendo le mani. La legge infatti propone di istituire un modello fiscale centralizzato per le multinazionali . Questo rischia di apparire deleterio nel caso di servizi online decentralizzati che nascono dal basso e si fondano sui principi dell’economia collaborativa. E proprio il caso di dire, mamma mia!

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La legge inoltre, pur preoccupandosi di tassare i lavoratori freelance che superano certe soglie di reddito ponendo come discrimine i redditi superiori ai 10 mila euro, non indica nulla relativamente ai temi previdenziali o dei diritti di questi lavoratori. Intanto , come si legge sul Manifesto, i quarantasette pilastri dell’economia collaborativa e della condivisione, Uber e Airbnb in testa, hanno scritto una lettera al presidente dell’Unione Europea per sottolinere la loro contrarietà a qualsiasi legge che limiti l’economia collaborativa. Staremo a vedere ma, se l’obiettivo è solo quello di tassare e tartassare, suggerisco ai nostri parlamentari del gruppo “Innovazione” un giretto nel floridissimo mercato dei portali di gioco d’azzardo e pornografia. Tutti rigorosamente con sede all’estero. Tutti esentasse. Due pesi e due misure? Un esempio di perfetto italian style. Quello che tutto il mondo ci invidia?

Emanuela Negro-Ferrero –ceo – www.innamoratidellacultura.it

Brut, marginale, outsider. Irregolari, eccentrici, solitari. In mostra a Torino. Stay Tuned.

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Individuale, senza ascendenze e discendenze. L’Outsider Art è una variabile impazzita che mette in crisi gli strumenti consueti e classificatori della critica d’arte. Ma, provenendo dall’interiorità dell’autore, bussa alla parte più profonda di noi, lasciando spesso riemergere forme e simboli antichi e universali”.  Questa è la riflessione che arriva dal sito dell’Osservatorio “Outsider Art” dell’Università di Palermo. Un ente di ricerca istituito nel 2008 per esplorare, diffondere e sostenere l’universo composito dell’arte “irregolare”.

Di che cosa si tratta?

È l’arte di chi non è artista. Perlomeno, di chi non è artista in forma ufficiale. Questo tipo di arte, che nasce da una pulsione profonda di chi non sa di avere ina vocazione e vuole liberare emozioni, fobie, fantasie. Spesso usando tecniche e materiali inconsueti. Un secolo fa il critico Jean Dubuffet la battezzò “Art Brut” e nel 1972 Roger Cardinal la rinominò “Outsider Art
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Chi sono questi artisti?

Sociopatici, autistici, disabili, psicotici, bambini, visionari, analfabeti o vittime di traumi, ex tossicodipendenti. Ma anche persone comuni. Tutti accomunati dalla produzione artistica creata per sé stessi, nata per definire il proprio mondo interiore in maniera catartica e non speculativa. Già Paul Klee e Pablo Picasso andarono alla ricerca di un’arte spontanea, per certi versi primitiva. Espressionismo significa creare partendo dalla spontaneità e dando spazio alle emozioni profonde, alle intuizioni. Picasso si appassiona a strane produzioni tribali, Kandinski è attratto dai disegni popolari. Gauguin si innamora dei mari della Polinesia. Il legame fra arte e pazzia è quindi molto stretto. Genio e follia sembrano essere l’elemento indispensabile perché un artista possa essere definito tale ma non è detto che la pazzia produca necessariamente arte.

Arte irregolare
Arte irregolare

Sulla scia di tutto questo, a Torino, crogiuolo creativo d’eccellenza, la storica Associazione Arte Giovane propone, dal 22 di gennaio,  la mostra “Orizzonti Diversi”.  Curata da Ivana Mulatero,  presenta una selezione di opere di artisti regolari e affermati insieme a opere di artisti irregolari. Non possiamo anticipare altro. Partirà una campagna d crowdfunding. Il cui ricavato servirà in parte per sostenere la mostra e in parte verrà devoluto.

#Stay Tuned #donate #share #love
Emanuela Negro-Ferrero – enf@innamoratidellacultura.it

Crowdfunding. Lesson n°12. Perché una campagna ha successo?

Alcune sono cresciute e maturate arrivando a buon fine (per la massima gioia nostra e dei creatori del progetto) e altre invece hanno stentato a raccogliere.
Alcune sono cresciute e maturate arrivando a buon fine (per la massima gioia nostra e dei creatori del progetto) e altre invece hanno stentato a raccogliere.

In questi mesi, dieci per l’esattezza, di campagne di crowdfunding ne ho viste nascere molte. Alcune sono cresciute e maturate arrivando a buon fine (per la massima gioia nostra e dei creatori del progetto) e altre invece hanno stentato a raccogliere. Perché? Questa domanda ci ha tormentato, incuriosito e,anche, messi alla prova. Ognuno nel suo ambito di competenza. Emanuela  nel contatto con i progettisti  e Lorenzo dal backoffice. Che non significa meno impegno da parte sua, anzi, Lorenzo ha a che fare con problematiche tecniche diverse  e complesse in maniera diversa rispetto alle mie che riguardano per lo più il contatto con le persone. Nei mesi abbiamo capito come condurre il progettista  nel processo di costruzione e pubblicazione  del suo progetto. Gli elementi chiave, che non ci sembravano poi così essenziali, oggi vengono comunicati e suggeriti con maggiore precisione. Meno riunioni, meno blabla e maggiore efficacia. Il video pitch. Golem di ogni Creatore. Ho capito come spiegarlo ma, soprattutto, ho imparato  che  trasmettere al progettista quale deve essere lo spirito del video di presentazione fa davvero la differenza. Questo non significa che il progettista riesca subito a produrre un video efficae. Ma almeno sa che cosa deve fare. Anche lo storytelling è importante. Le immagini, le paroel, le ricompense. Il processo di creazione si sta velocizzando e anche noi, siamo più rapidi nel veicolare le informazioni in rete. Ma che cosa fa di una campagna un successo? La risposta è piuttosto banale. Potrei dire che dipende tutto dalla  comunicazione virale. Oppure che è l’ufficio stampa. Sono gli eventi. Il concept del progetto. Tutto vero., Tutto falso. La verità è che una buona campagna dipende da quanto il progettista crede nel suo progetto e ha fiducia che riuscirà a portare a buon fine la sua raccolta. Determinazione, organizzazione, entusiamo, rete di rapporti e fiducia. A tutto questo si aggiunge il solito pizzico di fortuna e la nostra comunicazione che, vuoi perché siamo ormai conosciuti e pubblicati, vuoi perché siamo diventati più efficaci, ultimamente sta facendo la differenza. Grazie a Radio24 del Sole24ore il nostro livello di notorietà è cresciuto. Attendiamo che crescano le donazioni dagli sconosciuti. I veri #innamoratidellacultura, il nostro crowd, insomma.

Emanuela Negro-Ferrero – CEO www.innamoratidellacultura.it

 

Torino magica: la casa Museo di Mario Molinari, un tesoro tutto da scoprire.

la casa Museo di Mario Molinari si trova a Torino nel quartiere San salvario.
la casa Museo di Mario Molinari si trova a Torino nel quartiere San salvario.

Durante le vacanze di Natale, mentre gli amici tentavano di sciare sulla poca neve caduta, gli #innamoratidellacultura hanno preferito restare in città e dedicarsi  all’attività che più amano praticare:  il dolce far niente. Un  amico ci mette in contatto con Pia, vedova dell’artista Mario Molinari. L’appuntamento è a San Salvario, quartiere multietnico cuore della nuova movida giovanile. Case  magnifiche, un fine ottocento decadente come solo a Torino è possibile ammirare. Parcheggiamo , un po’ intimoriti dalla presenza del robusto senegalese appostato all’angolo . E’ la sua zona,non vogliamo interferire, per carità.  Chi era Mario Molinari?  Scavando nella memoria,  ci viene in mente che Mario Molinari è stato uno dei tanti artisti che  insieme a  Casorati, Campagnoli,  de Bonis, Macciotta, Colombotto-Rosso, Gribaudo e altri, tanti, hanno contribuito a fare di Torino una vera e propria fucina dell’arte contemporanea. museoLeggiamo su internet che Mario Molinari, scultore, nasce a Coazze nel 1930. Inizia  autodidatta come scultore alla fine degli anni Cinquanta, mentre era ancora il direttore delle Cartiere di Coazze. Fu uno dei fondatori di Surfanta (in principio acronimo di SURrealismo e FANTAsia ed in seguito di Subconscia Reale FANTastica Arte), il gruppo neo-surrealista costituitosi a Torino nel 1964 per iniziativa degli artisti Pontecorvo (il suo maestro di pittura) Alessandri, Abacuc, Camerini, Macciotta e Colombotto Rosso.

Nella casa Museo di Via Saluzzo esploriamo   con gusto l’intera produzione. Coloratissima, surreale, buffa  e irriverente. Dalle sculture ai mobili di design, sino ai gioielli, piatti e oggetti  di vario utilizzo. Molinari era un artista eclettico, completo. Ha lasciato a Pia un grande compito. Quello di riportare alla luce un patrimonio artistico. Partendo da un crowdfunding, possibilmente.

Redazione – www.innamoratidellacultura.it

Crowdfunding Lesson n°9. Chi fa che cosa? La campagna di raccolta fondi.

I lettori di  Artribune sanno bene che cosa sono “I Martedi Critici”.  Noi, essendo torinesi e non leggendo quotidianamente Artribune, non lo sapevamo fino a quando la campagna di raccolta fondi non è stata caricata sulla piattaforma. Leggendo il programma di questi appuntamenti culturali non possiamo  che apprezzarli e sostenerli. Il curatore Alberto D’Ambruoso ci  ha contattati tramite conoscenze comuni all’inizio del mese di settembre. In questo post  raccontiamo  in che cosa consiste il lavoro eseguito da chi sta sta dietro alla piattaforma. Quello che nessuno vede e immagina. Lavoro che dovrebbe essere coperto da una fee del  7%   sul raccolto. Possiamo  assicurare che il  processo di pubblicazione di una campagna è lungo ed impegnativo. Sia per il Creatore del progetto che per chi, come le persone dello staff   si occupano di aiutarli alla corretta pubblicazione e ad insegnare loro come lanciare la campagna. Il supporto è totale:  che tipo di azioni compiere, come compierle, quando e perché. Non so se altre piattaforme danno questo servizio.  Mi piacerebbe saperlo ma, in ogni caso,  ritengo questo genere di assistenza fondamentale perché desideriamo  che i progetti pubblicati abbiano successo e che le persone capiscano bene chi fa che cosa e come.

Dietro alla piattaforma ci sono persone che lavorano. Che si interessano. Che ascoltano. Che aiutano . Chi fa che cosa?
Dietro alla piattaforma ci sono persone che lavorano. Che si interessano. Che ascoltano. Che aiutano . Chi fa che cosa?

Tornando al progetto dei “I Martedì Critici”, l’iter prevede che, una volta letto il progetto, venga inviata una mail di risposta con già alcune indicazioni per perfezionare quanto si desidera pubblicare. Nei mesi passati abbiamo  elaborato una serie di contenuti informativi/formativi che spaziano dalle “Condizioni d’Uso della piattaforma” al facsimile del testo, articoli sul crowdfunding ecc. Pensiamo  che alla fine tutto questo materiale diventerà una guida al crowdfunding ma al momento ci limitiamo  ai contenuti separati. Alle mail soltamente seguono delle telefonate aventi come scopo da parte nostra  quello di spiegare esattamente chi deve fare che cosa. Chi deve fare la raccolta? Ecco, questo è un punto cruciale. Il progettista  deve lavorare per raccogliere il denaro attraverso la sua rete di contatti e la piattaforma lo sostiene con tutta una serie di attività di comunicazione. Che spaziano dalla pubblicazione degli annunci sui social alla presenza ad eventi , interviste, relazioni personali e, se il prgetto lo richiede, supporto  con azioni di fundraising. Rimane un punto dolente su cui ne noi  né il progettista  possiamo  fare molto: Gli italiani odiano i pagamenti online. Aborrono Paypal. Chiedono di effettuare il bonifico bancario . Anche se costa. Anche se è scomodo.  Spingiamo  sempre  il progettista a spiegare che Paypal garantisce la sicurezza delle transazioni. A non accettare il cash e, soprattutto, a non pubblicare il logo del portale con sotto stampato l’iban del proprio conto corrente personale. Ma questo è argomento del prossimo post. ahttp://www.innamoratidellacultura.it/campaigns/arte-per-tutti-i-martedi-critici-maxxi-macro/

Emanuela Negro-Ferrero – www.innamoratidellacultura.it

 

 

Crowdfunding – Lesson n°7. Come creare una campagna di successo.

Il crowdfunding sta trasformando il mondo in un posto più collaborativo:  persone aiutano altre persone a realizzare i propri progetti e a condividerli con gli amici e con la comunità. Negli Stati Uniti si parla  di una vera e propria rivoluzione sociale. In Europa ci sono paesi dove va benissimo (come il Regno Unito) e altri dove sta partendo molto bene. E in Italia? Potrei citare dei dati. Ce ne sono molti e tutti confortanti, ma non riportano quello che verifico ogni giorno sul campo. Perché noi italiani siamo, nel bene e nel male, diversi. Ci piace tanto l’idea del crowdfunding perché è bella, etica, unisce i cuori e le menti, ma non abbiamo capito molto bene di che cosa si tratta. Gira infatti una strana storia che racconta che per avere i soldi basta pubblicare il proprio progetto su una piattaforma che va scelta con attenzione, perché più è famosa e più ti arriva. Certo, i miracoli avvengono. Se la tua idea è così interessante, coinvolgente, mirabolante, può accadere che la folla ti sostenga in maniera virale. Uno su mille ce la fa. Tutti gli altri invece devono pianificare una campagna di raccolta e metterla in atto attraverso delle azioni. Perché la piattaforma offre un servizio e gratis offre la pubblicazione. Dietro, una fee  si occupa delle transazioni e di veicolare tutti i progetti attraverso i vari canali. Ma non è una bacchetta magica e funziona se ognuno fa la sua parte. Faccio un esempio. Se la piattaforma twitta e pubblica notizie su un progetto, anche il Creatore del progetto deve twittare e pubblicare. Solo così si crea l’effetto virale sulla folla, altrimenti è come parlare ad un sordo o urlare nel vuoto.

Ho pensato così di scrivere una breve guida che i Creatori possono seguire passo passo per realizzare una campagna di crowdfunding  di successo. Ci sono tutti gli ingredienti e ho segnato i vari step da raggiungere man mano che si procede con il lavoro.

1. UN BEL TITOLO E SEI GIA A METÀ DELL’OPERA

La prima impressione sul tuo progetto è determinata dal titolo che hai scelto. Un po’ come l’articolo di un giornale: se il titolo è forte, la notizia viene letta. Come deve essere il titolo? Creativo, divertente, intrigante e, soprattutto, deve far capire a chi lo legge che si tratta di una campagna di raccolta fondi. Ricordati che il crowdfunding si fa principalmente sul web. Il titolo deve essere rintracciabile e il link condivisibile sui social network. Niente cose piatte e richieste dirette. Sii fantasioso e vedrai che le persone arrivano.

2. YES, STORYTELLING

Raccontare la tua idea è fondamentale. Devi farlo in modo onesto, semplice e chiaro. Le tre domande fondamentali – chi, che cosa, perché – devono spiccare già dalle prime righe. La richiesta di aiuto va espressa con sincerità e i vantaggi che il donatore ne ricava esaltati.  Ma non basta. La tua storia deve continuare durante tutta la campagna. Scrivi ai tuoi fan, chiedi loro di condividere quando donano e di coinvolgere i loro amici, come se fosse una bella festa da fare tutti insieme!

3. LA TUA STORIA PER IMMAGINI

Scatta foto. Tante, tantissime. Condividele e commentale. All’interno della piattaforma hai uno spazio sulla tua pagina dedicata in cui puoi inserire commenti, anzi, devi inserire i commenti. Racconta come sta andando, i successi, gli insuccessi, quello che fai e se sei felice. Sfrutta i social. Devi creare una comunità di entusiasti sostenitori. Ti hanno supportato e devi renderli partecipi e farli partecipare. Come puoi fare? Falli ridere. Le persone condividono ciò che li fa divertire e ciò con cui sono d’accordo.

4. CREA SUPER RICOMPENSE

Do ut des. Le persone sono felici di donare e altrettanto felici di avere in cambio delle belle ricompense. Spremi bene le meningi. Non devono essere costose e se decidi di spedirle fai bene i tuoi conti. Non ha senso chiedere 10 e spenderne due di spedizione, ma se sei generoso e usi il cuore, in molti casi una lettera personalizzata di ringraziamento o un grazie pubblicato sui social è già un bel modo per creare una connessione.

5. MAMME, NONNE, ZIE E AMICI CARI

Le prime donazioni chiedile ai tuoi amici, parenti e conoscenti. Loro ti amano e sono felici di sostenerti. Non hanno soldi da dare? Allora, chiedi di aiutarti a diffondere la tua campagna. Più siete e più ottenete.

6. SUPERATTIVO SUI SOCIAL MEDIA

Puoi avere il progetto migliore del mondo, ma se non sei attivo sui social media nessuno lo viene a sapere. La piattaforma ottimizza il risultato, ma se i progetti pubblicati sono molti, non è facile farsi sostenere. Chi fa da sé fa per tre. Cura i contenuti e, se non sei capace o non ti va o non hai tempo, chiedi il supporto di un crowdfunding manager. Il gioco vale certamente la candela.

7. CREA UNA COMUNITÀ DI SOSTENITORI SU FACEBOOK

Hai una pagina Facebook? Usala e attivala per costruire una comunità di innamorati del tuo progetto pronti a donare, condividere e commentare. Il tuo profilo deve essere vivo, vitale, coinvolgente e divertente. Devi tenere alta l’attenzione della comunità, pubblicando molto e invitandola a partecipare. Come? Pubblicando storie che narrano del tuo progetto almeno tre volte a settimana. Perché chi ti ha donato il denaro deve sapere come sta andando e che la sua donazione per te sta veramente facendo la differenza.

8. UFFICIO STAMPA? SÌ

È un dato noto che chi esce sui giornali e sui media (radio e televisione) raccoglie il 30% in più rispetto a chi della sua campagna non fa notizia. Non hai un ufficio stampa? Puoi usare il nostro, perché il tuo risultato è il nostro risultato e più si parla di te e del tuo progetto, più persone possono donare.

9. GRAZIE A TUTTI 

Ringraziare, ringraziare, ringraziare. Pubblicamente, personalmente. Chi ti sostiene deve essere ringraziato. Come farlo sta a te. L’importante è che le persone non si sentano dei bancomat.

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